| 26.06.2003
23/06/2003 Il Messaggero
Anche l‚acqua ha il dono della memoria
dal nostro corrispondente
STEFANO TRINCIA
New York
UN ELISIR tanto semplice quanto miracoloso viene in aiuto dell‚omeopatia,
la metodologia terapeutica che si basa sulla ‰legge di similitudine‰:
un principio molto controverso a livello medico-scientifico secondo cui
una sostanza che somministrata a forti dosi fa insorgere disturbi nella
persona sana, una volta diluita a dosi minime è in grado di guarire
quegli stessi disturbi nella persona malata. Il magico elisir non è altro
che l‚acqua, la cui ‰memoria chimica‰ consentirebbe
al rimedio omeopatico di conservare la propria efficacia anche a concentrazioni
infinitesimali. Almeno questo è quanto sostiene un ricercatore
svizzero, Louis Rey, con uno studio pubblicato dalla rivista scientifica
Phisica A : una volta contaminata e modificata nella sua struttura dalla
sostanza omeopatica, l‚acqua registra e ricorda le alterazioni
subite anche nelle diluizioni successive, potenziando la presenza del
principio attivo, che altrimenti risulterebbe ininfluente.
La questione interessa da vicino i fautori della medicina omeopatica,
una disciplina terapeutica in forte espansione che continua però ad
incontrare lo scetticismo della medicina ufficiale e di buona parte della
comunità scientifica. Al centro della controversia è proprio
il principio della ‰diluizione progressiva‰ cui fanno ricorso
gli omeopati: si tratta in sostanza di diluire il principio attivo della
cura con operazioni successive. Nel caso dell‚acqua, il prodotto
chimico o la tintura madre vengono sciolti in una certa quantità di
liquido. Poi una minima parte della soluzione viene prelevata e versata
in un secondo flacone d‚acqua e così via procedendo fino
ad ottenere la diluizione ottimale. La concentrazione del principio attivo,
spiegano gli omeopati, può arrivare ad essere a quel punto inferiore
ad una sola molecola. Troppo poco, ribattono gli scettici, per produrre
un qualsiasi effetto sull‚organismo.
Per riuscire a districarsi in questa diatriba tra oppositori e paladini
del principio di diluizione, il chimico svizzero Rey ha deciso di mettere
alla prova la teoria della ‰memoria idrica‰. Per capire cioè se
l‚acqua non si limiti a fare da semplice vettore passivo del prodotto,
ma diventi in qualche modo agente terapeutico. A questo fine lo studioso
elvetico ha scelto di esaminare l‚acqua nel suo stato solido, il
ghiaccio, sottoponendola alla procedura della termoluminescenza.
La tecnica consiste nell‚inviare radiazioni luminose sul campione
di ghiaccio per poi misurare lo spettro della luce che ne esce. La forma
dello spettro dipende dal tipo di legami chimici di cui è composto
il materiale esaminato. Rey ha quindi studiato lo spettro del ghiaccio
puro e lo ha poi messo a confronto con quello di un ghiaccio ottenuto
raffreddando soluzioni idriche di due sali molto diluiti, il comune sale
da cucina, o cloruro di sodio, ed il cloruro di litio.
Dato che i sali agiscono sul normale reticolo di legami chimici dell‚acqua
modificandoli, la tesi da cui è partita la ricerca di Rey è che
se l‚acqua ha effettivamente una memoria non può non registrare
le alterazioni. E quindi gli spettri luminosi del ghiaccio puro e quelli
ricavati dalle soluzioni saline anche iperdiluite devono necessariamente
essere diversi. E così è stato: Rey ha dimostrato che l‚alterazione
della struttura dei legami tra le singole molecole non è passeggera,
l‚acqua ha memoria anche di una minima quantità di sostanze
sciolte in essa. Come nel caso della diluizione omeopatica. Nel mondo
scientifico però le ricerche di Rey non hanno del tutto convinto:
la memoria idrica sarebbe in sostanza, secondo i critici, il risultato
di una banale contaminazione chimica.
Segue l‚articolo originale tratto da http://www.newscientist.com/news/news.jsp?id=ns99993817
ICY CLAIM THAT WATER HAS MEMORY
Exclusive from New Scientist Print Edition
di Lionel Milgrom
Claims do not come much more controversial than the idea that water might retain
a memory of substances once dissolved in it. The notion is central to homeopathy,
which treats patients with samples so dilute they are unlikely to contain a single
molecule of the active compound, but it is generally ridiculed by scientists.
Holding such a heretical view famously cost one of France's top allergy researchers,
Jacques Benveniste, his funding, labs and reputation after his findings were
discredited in 1988.
Yet a paper is about to be published in the reputable journal Physica A claiming
to show that even though they should be identical, the structure of hydrogen
bonds in pure water is very different from that in homeopathic dilutions of salt
solutions. Could it be time to take the "memory" of water seriously?
The paper's author, Swiss chemist Louis Rey, is using thermoluminescence to study
the structure of solids. The technique involves bathing a chilled sample with
radiation. When the sample is warmed up, the stored energy is released as light
in a pattern that reflects the atomic structure of the sample.
Twin peaks
When Rey used the method on ice he saw two peaks of light, at temperatures of
around 120 K and 170 K. Rey wanted to test the idea, suggested by other researchers,
that the 170 K peak reflects the pattern of hydrogen bonds within the ice. In
his experiments he used heavy water (which contains the heavy hydrogen isotope
deuterium), because it has stronger hydrogen bonds than normal water. After studying
pure samples, Rey looked at solutions of lithium chloride and sodium chloride.
Lithium chloride destroys hydrogen bonds, as does sodium chloride, but to a lesser
extent. Sure enough, the peak was smaller for a solution of sodium chloride,
and disappeared completely for a lithium chloride solution.
Aware of homeopaths' claims that patterns of hydrogen bonds can survive successive
dilutions, Rey decided to test samples that had been diluted down to a notional
10-30 grams per cubic centimetre - way beyond the point when any ions of the
original substance could remain. "We thought it would be of interest to
challenge the theory," he says. Each dilution was made according to a strict
protocol, and vigorously stirred at each stage, as homeopaths do. When Rey compared
the ultra-dilute lithium and sodium chloride solutions with pure water that had
been through the same process, the difference in their thermoluminescence peaks
compared with pure water was still there. "Much to our surprise, the thermoluminescence
glows of the three systems were substantially different," he says. He believes
the result proves that the networks of hydrogen bonds in the samples were different.
Martin Chaplin from London's South Bank University, an expert on water and hydrogen
bonding, is not so sure. "Rey's rationale for water memory seems most unlikely," he
says. "Most hydrogen bonding in liquid water rearranges when it freezes." He
points out that the two thermoluminescence peaks Rey observed occur around the
temperatures where ice is known to undergo transitions between different phases.
He suggests that tiny amounts of impurities in the samples, perhaps due to inefficient
mixing, could be getting concentrated at the boundaries between different phases
in the ice and causing the changes in thermoluminescence. But thermoluminescence
expert Raphael Visocekas from the Denis Diderot University of Paris, who watched
Rey carry out some of his experiments, says he is convinced. "The experiments
showed a very nice reproducibility," he told New Scientist. "It is
trustworthy physics." He see no reason why patterns of hydrogen bonds in
the liquid samples should not survive freezing and affect the molecular arrangement
of the ice.
After his own experience, Benveniste advises caution. "This is interesting
work, but Rey's experiments were not blinded and although he says the work is
reproducible, he doesn't say how many experiments he did," he says. "As
I know to my cost, this is such a controversial field, it is mandatory to be
as foolproof as possible."
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