| 21.10.2005
Omeopatia, cioè acqua fresca?
Fine dell'omeopatia?. E' questo il titolo con cui una delle più autorevoli riviste mediche al mondo, "The Lancet", corredava, un paio di mesi fa, la pubblicazione di una ricerca, la cui tesi di fondo è: i rimedi omeopatici hanno suppergiù la stessa efficacia dei farmaci placebo, cioè dell?acqua fresca. "The Lancet" pubblica uno studio dell'università di Berna, che pone a confronto 110 trattamenti omeopatici con altrettante somministrazioni di farmaci convenzionali, in un ampio spettro di situazioni, dalle affezioni respiratorie alla chirurgia. Dal confronto risulta che non ci sarebbe alcuna differenza fra prodotti omeopatici e acqua. I farmaci convenzionali, invece, vincono entrambe le partite. Tanto che, commentando i risultati, la rivista di medicina aggiunge: «Bisogna che i medici siano chiari e onesti con i loro pazienti sull'assenza di benefici dell'omeopatia, e con se stessi sulla debolezza della medicina moderna nel prendere atto del bisogno di attenzione personalizzata da parte di loro pazienti». Un giudizio che rileva le debolezze scientifiche dell?omeopatia, che sono però insieme la ragione del suo successo.
Nessuno è mai riuscito a dimostrare che differenza ci sia fra un farmaco omeopatico e un altro. Perché, dopo le diluizioni, ogni preparato è indistinguibile dall'altro. La voce stroncante sull'efficacia dell'omeopatia è quella illustre di Silvio Garattini, il direttore dell'Istituto di Ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Milano.
Prof. Garattini, gli omeopati affermano che è sbagliata, perché non applicabile all'omeopatia, la metodologia applicata per lo studio comparso su The Lancet. Visto che ogni persona risponderebbe ad un solo rimedio omeopatico, l'aver usato lo stesso farmaco omeopatico per pazienti affetti dalla stessa patologia provocherebbe l'efficacia così ridotta dei rimedi. E' accettabile questa interpretazione?
No, perché se gli omeopati vogliono rimanere nell'ambito della tradizione scientifica devono accettare di utilizzare le metodologie che la comunità scientifica ritiene adeguate. Quindi non è che possano dire che loro scelgono altri metodi, perché questi sono i metodi che oggi sono ritenuti necessari per valutare l'efficacia di un farmaco. Se loro non vogliono accettare questi criteri, poi non dicano che vogliono avere una base scientifica.
Ma non è possibile ripetere l'indagine secondo il criterio "ad ogni persona un diverso rimedio"?
Non è che sia impossibile farlo. D'altronde i dati dalla metanalisi pubblicata da The Lancet sono ricavati da studi condotti dagli stessi omeopati. Che non possono rinnegare gli studi che hanno fatto essi stessi. Gli autori svizzeri dell'indagine hanno fatto soltanto una comparazione.
Insomma, la critica di fondo...?
Il concetto fondamentale è che, se loro affermano che un farmaco è attivo, devono accettare che questo debba esser dimostrato sulla base di metodologie accettate dalla comunità scientifica. Oppure inventano un'altra metodologia, ma devono dimostrare che è valida. E questo finora non l'hanno fatto: sono passati 200 anni e siamo ancora al punto di partenza.
Gli omeopati affermano che, pur non essendoci più traccia di principio attivo nei loro farmaci, ci sarebbe però una quantità rilevabile - a livello di fisica quantistica - di elettromagnetismo. Energie subliminali, insomma, che però avrebbero effetto. Le risulta?
Tutto è possibile ma va dimostrato. In realtà, se si tolgono le etichette dai prodotti, nessuno è in grado di stabilire qual è la differenza fra i vari contenuti. Perché dopo le numerose diluizioni tutti i vari preparati contengono la stessa cosa. Cioè niente.
E l'energia di cui rimarrebbe traccia dopo le dinamizzazioni, cioè dopo gli scuotimenti del rimedio?
Noi sfidiamo gli omeopati a darci una dimostrazione di qual è la differenza fra una boccetta e l'altra quando siano state fatte le diluizioni e gli scuotimenti omeopatici. Ci diano la dimostrazione che possono selezionare, sulla base di qualsiasi criterio che loro ritengono, la boccetta A dalla boccetta B dalla boccetta C. Questo non l'hanno mai fatto.
Quindi anche l'elettromagnetismo...
L'elettromagnetismo ci va bene, ma gli omeopati devono dimostrare che c'è un elettromagnetismo differente a seconda delle varie boccette. E questo non l'hanno mai dimostrato.
Eppure l'esperimento di Benveniste sulla "memoria dell'acqua" sarebbe stato ripetuto con successo da altri ricercatori omeopati...
Non è vero che è stato ripetuto con successo: gli esperimenti ripetuti hanno dimostrato che i risultati della "memoria dell'acqua" sono irripetibili. La memoria dell'acqua non c'è. Allo stato attuale gli omeopati non possono sfuggire dal concetto che ciò che vendono con etichette diverse, in realtà è la stessa cosa. Se dimostreranno che è differente lo accetteremo: per adesso non l'hanno dimostrato.
Insisto: i ricercatori omeopati che avrebbero ripetuto l'esperimento di Benveniste non sono riusciti a farsi pubblicare i risultati del loro studio. Si parla di equilibri lobbistici difficili da scardinare...
Non è che le aziende che producono farmaci omeopatici non facciano affari anche loro. I soldi ce li hanno pure loro. Il loro fatturato è di centinaia di milioni di euro all'anno: non è che stiano facendo la beneficenza e siano oppresse. La realtà è che se gli omeopati riescono a dimostrare le loro ipotesi le pubblicano. Sennò no.
Se le ragioni dell'efficacia sono solo ipotizzabili - riconoscono gli omeopati - gli effetti benefici sono sotto gli occhi di tutti: si parla di risoluzione delle patologie nell'ordine del 70-80% dei casi trattati con l'omeopatia.
No, se non ci sono studi clinici controllati, è impossibile stabilire se qualcosa è attivo o non è attivo. Anche perché sono loro che dicono che fa bene. Non bisogna dimenticare che molti sintomi passano da soli e per questo è necessario fare confronti con gruppi di controllo. Proprio quei confronti che gli omeopati rifiutano.
Ciononostante molte persone vanno in farmacia chiedendo un farmaco omeopatico e considerandolo come il farmaco "naturale" per eccellenza, perdipiù senza effetti collaterali...
Il fatto che ci sia tanta gente che alla mattina ascolta gli oroscopi non vuol dire che gli oroscopi sono in grado di predire il futuro. Come pure il fatto che tanta gente vada dai maghi, non significa che i maghi abbiano i poteri che si attribuiscono loro. Il numero non vuol dire niente. Può essere una moda, qualsiasi cosa... In campo scientifico abbiamo bisogno di dimostrazioni, non di chiacchiere.
La dimostrazione sul campo sarebbe però l'efficacia nelle soluzione dei guai di salute...
È molto strano che un cittadino, per i farmaci, accetti il principio che la diluizione, anche quando nel preparato non c'è più dentro niente, abbia efficacia. Invece non lo si accetta in altri campi. Se qualcuno vendesse il vino omeopatico, cioè un vino diluito nello stesso modo, con sopra scritto Valpolicella o Barbera, ci sarebbe qualcuno che lo comprerebbe? Mi sembra una situazione strana, che si basa fondamentalmente sul fatto che la gente non ha le informazioni giuste. Mentre non ha questo tipo di fede nelle cose che può verificare.
Ma lei cosa direbbe a chi si cura con l'omeopatia?
Molti hanno questo tipo di fede e nessuno gliela vuol togliere, se ci credono. Però non possono pretendere che l'omeopatia diventi scientifica per il solo fatto che loro praticano un certo modo di vedere le cose.
Non ha la sensazione che il successo dell'omeopatia dipenda anche dalla debolezza della medicina tradizionale?
Le ragioni sono tante e una di queste è probabilmente che la medicina ha esagerato nel far credere di essere onnipotente. Da ciò la reazione: quando i problemi non si risolvono attraverso la medicina ufficiale, si tenta con l'omeopatia. Così come si tentano tante altre cose: le erbe, la pranoterapia... E' un rifugio quando la medicina non riesce a fare quello che dovrebbe fare. Ma questo non vuol dire che l'alternativa sia efficace.
L'omeopatia ha tra i suoi punti di forza anche l'essere una cura personalizzata...
E i medici omeopati danno molto più ascolto ai pazienti di quanto non ne diano quelli ufficiali. Questo è il vero effetto placebo che dovrebbe essere acquisito anche dai medici "ufficiali", che spesso liquidano il paziente con quattro parole difficili. Ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la dimostrazione dell'efficacia dei rimedi omeopatici. In più c'è una cosa inaccettabile.
Cioè?
Che ci siano due canali per la validazione dei farmaci. Se io dico: questo farmaco serve per curare l'asma ed è un farmaco omeopatico, posso metterlo in commercio e nessuno mi dice niente. Invece, se dico che questo farmaco serve per curare l'asma ed è un farmaco ufficiale, devo presentare un sacco di documentazione e lavorare per anni e anni e avere tutte le prove necessarie. Questo doppio canale è contro l'interesse della salute pubblica.
Questo è un messaggio per la politica...
Sì, noi dobbiamo avere le stesse regole, sia per i farmaci ufficiali sia per i farmaci della medicina alternativa. La tradizione ha fatto in modo che i farmaci omeopatici continuino ad essere in circolazione senza che ci siano prove di efficacia. E questo non va bene.
Poniamo un caso concreto: un bambino con un'affezione respiratoria e la febbre a 39,5°. I medici omeopati suggeriscono di non usare antipiretici né antibiotici. E lei?
Uno dei problemi principali che abbiamo con l'impiego dell'omeopatia è che si possono fare delle omissioni. Cioè che dei pazienti, soprattutto quelli che non hanno la capacità di decidere per loro conto come i bambini, non vengono curati nel modo ottimale. Questo non è accettabile. Poi nella realtà tutto ciò probabilmente non accade, perché, se uno è medico e vede nel bambino una febbre elevata, gli dà sì il farmaco omeopatico, ma anche l'antibiotico. Poi, però, convince la madre che quello davvero importante è il farmaco omeopatico.
Giorgio Malavasi
Tratto da GV, no.39 del 2005
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